Read The Bonfire Of Berlin by Helga Schneider Shaun Whiteside Online

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Abandoned by her mother, who left to pursue a career as a camp guard at Auschwitz-Birkenau, loathed by her step-mother, cooped up in a cellar, starved, parched, lonely amidst the fetid crush of her neighbours, Helga Schneider endured the horrors of wartime Berlin. The Bonfire of Berlin is a searing account of her survival. The grinding misery of hunger, combined with the tAbandoned by her mother, who left to pursue a career as a camp guard at Auschwitz-Birkenau, loathed by her step-mother, cooped up in a cellar, starved, parched, lonely amidst the fetid crush of her neighbours, Helga Schneider endured the horrors of wartime Berlin. The Bonfire of Berlin is a searing account of her survival. The grinding misery of hunger, combined with the terror of air-raids, the absence of fresh water and the constant threat of death and disease served not to unite the tenants and neighbours of her apartment block but rather to intensify the minor irritations of communal life into flashpoints of rage and violence. And with Russian victory the survivors could not look forward a return to peacetime but rather to pillage and rape. It was only gradually that Schneider's life returned to some kind of normality, as her beloved father returned from the front, carrying his own scars of the war. This shocking book evokes the reality of life in a wartime city in all its brutality and deprivation, while retaining a kernel of hope that while life remains not all is lost....

Title : The Bonfire Of Berlin
Author :
Rating :
ISBN : 9780099443735
Format Type : Paperback
Number of Pages : 224 Pages
Status : Available For Download
Last checked : 21 Minutes ago!

The Bonfire Of Berlin Reviews

  • Dolceluna
    2018-11-16 02:39

    Il fumo delle macerie, il silenzio spettrale della morte e masse di abitanti ridotti a fantasmi, costretti alla fuga e al nascondiglio. E' questa la Berlino degli anni '40 in cui vive Helga Schneider, una delle più note testimoni del periodo della seconda guerra mondiale raccontato da un punto di vista forse meno noto: quello dei civili tedeschi, che, anche loro malgrado, si sono ritrovati nel baratro distruttivo della guerra tanto voluta dal loro Fuhrer. Abbandonata dalla madre, che decide di arruolarsi nelle SS (e diventerà guardiana di un campo di concentramento) e dal padre, che parte al fronte, Helga viene affidata a un matrigna giovane e insensibile la quale non esita ad abbandonarla a sua volta in un istituto per orfani per poi riprenderla con sè e vivere con lei, e col fratello minore, all'interno din un buker sotterraneo, gli ultimi terribili mesi dell'assedio della capitale tedesca da parte delle truppe alleate. La storia personale dell'autrice si fonde dunque con la storia della sua città, una città fantasma, annientata, sgretolata, ripiegata in se stessa ma non per questo meno fiera, battagliera e arrendevole, fino all'ultimo, ultimissimo istante. Helga Schneider ci ha lasciato una viva testimonianza di grande pathos e intensità, narrata con una lucidità e una drammaticità sorprendenti: attraverso i suoi occhi di bambina spaventata e sola assistiamo al crollo di una città, viviamo attimi di attesa e angoscia, proviamo pena, dolore, miseria. Ed entraimo pure, in punta di piedi, nel bunker sotteraneo di Hitler, in cui Helga viene condotta, insieme al fratello e ad altri bambini, nel dicembre 1944, in visita al Fuhrer stesso. Da leggere per tremare, ricordare e capire quanto la guerra, da qualsiasi fronte venga battuta, e la violenza, siano un male per tutti.

  • Guenda Ferri
    2018-11-30 02:07

    Non si può recensire “Il rogo di Berlino” di Helga Schneider. Recensire un libro significa fondamentalmente giudicarne la storia, analizzare ciò che succede, darne un giudizio. Come si fa, dunque, a recensire una storia vera? È inutile dire che l’intreccio è poco originale, noioso, o al contrario interessante: le cose sono andate proprio così. Non è giusto dare un giudizio su questa o quella decisione dei personaggi: è una scelta vera, compiuta per davvero, che è irrispettoso e sbagliato giudicare.Recensire una storia vera significa recensire l’esistenza di una persona – di più persone – e non ho intenzione di farlo. Non voglio parlare del romanzo a livello tecnico, non voglio giudicare il modo di esprimersi e di raccontare di Helga – scrivere di sé è così intimo, così diverso dallo scrivere racconti o romanzi, che commentare la scelta di far emergere una determinata emozione, di concentrarsi su un certo episodio, mi sembrerebbe sterile e superficiale – né tantomeno voglio dare un giudizio sui personaggi e le loro vicende.Voglio però parlare di come ho vissuto “Il rogo di Berlino”. Di come l’ho vissuto io, in modo del tutto soggettivo. Ho iniziato a leggerlo con scarso entusiasmo: le edizioni Adelphi di solito trascinano dietro di sé quella patina da lettura impegnata, e nel periodo in cui ho cominciato a leggere il libro della Schneider non avevo affatto voglia di letture impegnate. Ho iniziato a leggerlo una notte alle due e una notte alle due l’ho terminato, con gli occhi e il cuore pesanti. C’è voluto poco perché “Il rogo di Berlino” mi prendesse come un libro non mi prendeva da settimane: dopo i primi capitoli ho cominciato a provare per Helga un’empatia incredibile, accentuata dal fatto di sapere che era una storia vera, che era tutto vero. Ho detestato la matrigna, ho provato il desiderio di tirare due ceffoni a Peter e un profondo affetto per Opa. Ho condiviso la paura di Helga nella cantina, ho letto col fiato sospeso le pagine sui soldati russi e sui bombardamenti, ho provato un senso di nausea nel bunker di Hitler.Perché questo è un libro che, volente o nolente, non lascia passivi. Non si lascia leggere e basta. Osserva la cosa più atroce del mondo con il mezzo più limpido del mondo: osserva la guerra con gli occhi di una bambina. E negli occhi dei bambini tutto si amplifica: l’orrore dei bombardamenti, l’ingiustizia di una punizione, l’affetto di un nonno che non è neppure un nonno vero e proprio. Ed è tutto vero. Gli occhi di Helga sono gli occhi di una bambina tedesca: tedesca, in un mondo in cui “tedesco” implicava solo colpevolezza e cattiveria. “Il rogo di Berlino” ribalta questa concezione, ancora troppo radicata: al di là di ideologie e politica, in quella cantina, accanto a Helga e a Opa e a Peter, c’è solo tanta paura. È una storia vera che mostra la Storia vera, quella fatta di gente normale con vite normali che vengono stravolte senza tanti complimenti. Gli occhi di Helga analizzano tutto: i legami tra le persone, le parole, l’orrore, la tenerezza, lo sconcerto, il disgusto, la speranza, la rabbia, il dubbio, i se, la meraviglia. E tutto amplificano. Non si può recensire “Il rogo di Berlino” perché è una storia vera. Ma proprio perché è una storia vera riesce a coinvolgere e a sconvolgere come pochi romanzi sono in grado di fare.

  • Marina
    2018-12-08 23:03

    Helga Schneider nasce in Slesia nel 1937, trascorre l'infanzia a Berlino e, dopo aver vissuto in Austria, dal 1963 risiede in Italia e ha adottato l'italiano come sua lingua letteraria.La piccola Helga viene abbandonata dalla madre, insieme al fratellino Peter, nel 1941. La madre è una fervente nazista che decide di dedicare la sua vita al Führer e alla causa nazista. Andrà a "lavorare" a Birkenau, dove fa la guardiana, e dopo la guerrà verrà condannata a sei anni di carcere. Quando Helga decide di incontrarla per la prima volta dopo l'abbandono, nel 1971, la madre non fa che parlare della sua "bella" vita sotto il nazismo, per concludere dicendo che a quell'epoca era qualcuno, e ora non è nessuno.Helga e suo fratello vengono lasciati dapprima con la nonna, in seguito il padre si risposa e i bimbi andranno a vivere con la matrigna, mentre il padre viene mandato al fronte. La matrigna non sopporta Helga e non perde occasione per maltrattarla, mandandola prima in un istituto di correzione simile a un lager, poi in un collegio dove invece la piccola si troverà bene. Il collegio è appena fuori Berlino e sembra di stare in una sorta di oasi felice, mentre Berlino è sottoposta ai pesanti bombardamenti sovietici. Nonostante questo Hilde, la sorella della matrigna, va a riprendere Helga per riportarla a Berlino.Qui Helga, suo fratello, la matrigna, Opa (ovvero il nonno acquisito) e Hilde quando non è al Ministero della Propaganda dove lavora, sono costretti a vivere in una cantina per ripararsi dai pesantissimi bombardamenti che ridurranno la città in un cumulo di macerie e cenere a causa dei roghi continui. I due bambini sono violentemente privati della loro infanzia, non vedono che morte, devastazione, violenza e terrore intorno a sé, e non conoscono praticamente altro. By Bundesarchiv, B 145 Bild-P054320 / Weinrother, Carl / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de, https://commons.wikimedia.org/w/index...Man mano che i mesi passano, gli abitanti della cantina, e in realtà tutti gli abitanti di Berlino, scenderanno in una spirale di orrore: niente o quasi più cibo, code inverosimili per riempire le taniche di un'acqua sempre più rara finché non sarà necessario bere quella del fiume che attraversa la città, malattie, denutrizione, sete, cadaveri ovunque, allarmi aerei, bombardamenti senza preallarme. Le persone, inevitabilmente, si abbrutiranno sempre più finché pian piano sembrerà ormai impossibile mantenere anche un briciolo di dignità: per cui non esitano a uccidere per procurarsi del cibo, ad avventarsi l'uno sull'altro per un tozzo di pane, e così via. La discesa in questo orrore sembra essere velocissima, il che probabilmente è dovuto al fatto che il libro è molto corto, appena 229 pagine, perciò il racconto è succinto per forza di cose.Poi, a un certo punto, arriva improvvisa la pace, con i russi che occupano la città e che, in generale, sembrano essere buoni con gli abitanti della cantina, ma quando ubriachi non esitano a stuprare brutalmente donne e ragazze.Helga Schneider ha dovuto vedere tanti di quegli orrori che mi domando come sia potuta rimanere sana di mente, ma poi mi dico che la sua è stata la sorte di tutti coloro che hanno vissuto la guerra, e probabilmente moltissimi di loro ne sono stati gravemente traumatizzati, mentre gli altri sono sopravvissuti mentalmente indenni forse perché sono riusciti ad aiutarsi a vicenda in mezzo a tanto orrore. Eppure, dice Helga, quello che loro hanno vissuto non è niente a confronto di quello che, scoprono a guerra finita, hanno dovuto subire milioni di ebrei nei campi di concentramento.Helga vuole ricordare, lo dice più volte nel corso del libro, lei anche da bambina vuole guardare tutto, anche le cose più orribili come la morte di una ragazza tisica stuprata da un soldato russo, perché per lei fin da subito la memoria è importantissima. Tanto che per lei sarà difficile staccarsi da Berlino quando nel 1947 se ne andranno per seguire il padre tornato in Austria (la famiglia è di origine austriaca). E credo che questo libro sia stato scritto proprio con l'intento di dare voce a quella memoria, a quella storia.All'inizio sembra un libro volto a esaminare l'abbandono di Helga da parte della madre e la conseguente vita con la matrigna, ma inevitabilmente questa vita con la matrigna si intreccia alla storia del rogo di Berlino, e perciò man mano il libro diventa il racconto dei bombrdamenti subiti da Berlino, visti con gli occhi di una bambina che è dovuta crescere più in fretta della sua età. È perciò un libro straziante, prima per le angherie subite da Helga, poi per il racconto di ciò che i berlinesi hanno dovuto subire sotto le bombe. Ed è, io credo, un libro che va letto, da tutti, e poco importa se molti ritengono che l'autrice non sappia scrivere (cosa che a mio parere, tra l'altro, non è affatto vera): al di là della maestria o meno dell'autrice, è un libro importante, e sarebbe bene che fosse conosciuto da molte più persone. By No 5 Army Film & Photographic Unit, Wilkes A (Sergeant) - This is photograph BU 8604 from the collections of the Imperial War Museums (collection no. 4700-30), Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index...

  • Gauss74
    2018-12-12 00:52

    "Sotto il nazismo ero qualcuno, adesso non sono nessuno".C'è da restare basiti e sconvolti come Helga Schneider se cercando la propria madre a trent'anni dal rogo di Berlino dell'Aprile 1945, trent' anni dopo una separazione che forse in realtà è stata un abbandono, venissimo salutati in questa maniera. La ormai adulta Helga espelle sdegnata la madre snaturata dalla propria vita, e scrive questo libro di ricordi come uno sfogo. Sono i ricordi dell' assedio di Berlino, dell'incubo, degli uomini ridotti a topi e della vita senza alcun valore.Se leggessimo questo libro come se fosse stato scritto da uno storico, sarebbe molto lontano dalla sufficienza: lo stile traballa, non mancano incongruenze temporali anche gravi, tutto sembra denunciare un sostanziale dilettantismo. Ma non bisogna dimenticare che tra queste pagine è la Helga Schneider bambina che viene fuori, e scrivendo questo racconto mi accorgo che si può pensare a "Il rogo di Berlino" come all'immagine speculare del "Diario" di Anna Frank. Anche qui abbiamo una bambina alla quale la guerra ha strappato via prima l'infanzia e poi la libertà: cinicamente abbandonata dalla madre e consegnata ad una matrigna che non lo vuole (il padre è al fronte), con un fratello sbruffone e viziatissimo che è il vero e proprio nazista in fieri, Helga dovrà imparare a sopravvivere ad una vita da topo di fogna, sotto i bombardamenti dell'aviazione alleata prima e dell'artiglieria russa poi; dovrà imparare a nutrirsi di carne marcia ed a convivere nella stessa stanza con persone che non si lavano da mesi; conoscerà la paura della vendetta sovietica e l'orrore dello stupro di gruppo perpetrato davanti ai suoi occhi.Vero è che Helga Schneider sopravvivrà per raccontarlo, Anna Frank no. Il che è molto, ma non necessariamente solo in senso positivo, se l'esperienza dell'incontro con la madre è stata quella descritta. Resta un pensiero affascinato, nelle parole delle piccole Anna e Helga, una vittima e l'altra segnata per sempre dalla guerra. La capacità della vita di avere la meglio su tutto, l'ostinazione dell'infanzia di cercare sempre nuove possibilità, di irradiare sempre nuovi raggi di luce, di dare priorità alle piccole cose del loro mondo dell'infanzia piuttosto che al tenebroso orrore degli adulti. Ovviamente sono ben lontano dal pensare che le sofferenze del popolo tedesco alleviino anche solo di un capello le sue colpe storiche di creatore e sostenitore della follia nazista. Ma poter leggere questo libro dopo il "Diario" di Anne Frank ("Il rogo di Berlino" NON vale il "Diario", sia chiaro) mi ha dato un'idea ancora più precisa e tristemente consapevole di cosa è stata la guerra per i bambini di tutti i paesi belligeranti.Non è poco, forse è troppo.

  • María Paz Greene F
    2018-11-25 06:43

    Uf. Éste sí fue un viaje... muy crudo, muy sincero. Muy bien escrito, y también entretenido, pero durísimo. Hay que tener guata. No sé si se lo recomendaría a todo el mundo, aunque sí lo haría a quienes hoy promulgan las guerras, porque definitivamente explora el lado desgradable y poco glorioso de ellas, y eso ayuda a quitar "el glamour". Es especialmente interesante que sea una autobiografía, más encima de una niñita en plena Guerra Mundial II.... más encima, del lado de los nazis (aunque, más que ella, su familia).Algo que me gustó de este libro es su sinceridad. Solo cuenta, y no intenta moldear los sentimientos de la Helga niña tras una mirada adulta y no da excusas... simplemente muestra lo sucedido y cómo cada uno debió lidiar con ello.Una parte especialmente interesante es cuando, al final, la autora cuenta cómo, una vez pasada la guerra, quienes tuvieron que vivir hacinados juntos en el refugio, en vez de acercarse, se rechazan... por ser un recordatorio viviendo de lo que había pasado. Tal hecho va fuera de toda tónica hollywoodense, y es que LA GUERRA NO ES HOLLYWOODENSE. Es un ejercicio vacío. Muchos mueren por el nombre de muy pocos. Diría yo. Es bueno que haya libros que lo recuerden. Hay parte muy morbosas, muy gráficas, muy terribles. Pero la guerra es así. También hay partes dulces (no muchas) y es que la gente siempre lleva su corazón a todos lados. Aún en el pasaje más desolado puede existir bondad.Y eso es todo lo que tengo para comentar. Gracias a la autora por contar su experiencia. Y AMÉ A AL ABUELO. Gracias por su labor, dulcísimo señor.

  • William
    2018-12-01 22:38

    I don't know how (or if) this woman can reconstruct so dramatically or accurately thoughts and conversations that took place when she was such a young girl. Nevertheless, the impressions she conveys of life in Berlin at the end of WWII are riveting.

  • Sally68
    2018-11-25 22:41

    Stupendo, anche se mi vergogno quasi a definirlo in questo modo per il tema che tratta. Helga, 4 anni, insieme al fratellino Peter di 19 mesi, con il padre al fronte, verranno abbandonati dalla madre che deciderà, spontaneamente, di arruolarsi nelle SS. I due bambini vengono dati prima alla nonna e in un secondo momento il padre deciderà di risposarsi, andranno cosi a vivere con la matrigna, la quale riuscirà ad accettare Peter, perché biondo e con gli occhi azzurri (razza ariana) ma non accetterà Helga, la quale verrà sballottata a destra e a sinistra, finirà anche in orfanotrofio, dove si sentirà accolta. Poco dopo decideranno di farla nuovamente rientrare nella famiglia proprio quando su Berlino imperversano i bombardamenti. Il libro racconta della loro vita nascosti in cantina tra paura ed enormi stenti. Helga instaurerà un rapporto speciale col “Opa”, forse l’unico che l’abbia veramente amata.Emotivamente per me molto toccante e non posso che dargli 5 stelline. Anche quando smettevo di leggere pensavo a questa ragazzina e a quanto ha visto e vissuto, perche di storia tristemente vera stiamo parlando.

  • Lorenzo Berardi
    2018-12-04 06:05

    This book is basically built around one peak moment: the young protagonist meeting Adolf Hitler in the Reich Chancellery bunker during the dark days of the so called Battle of Berlin. One may say I'm underrating the importance of "The Bonfire of Berlin" while writing this, but actually I do think this is the main reason that led editors to publish this book.Don't take me wrong. I was really interested in this story and particularly happy when I found it midprice. Then I literally devoured the 240 pages wrote by Helga Schneider. Yet sometimes quickness in reading is not to take as a good signal. I guess how most of the times people devour bestsellers, rather than brilliant and insightful books just to read what happens next. As for me, I read the "Da Vinci Code" in a single afternoon but I do think it's crap. Personally a slow reading is more involving and makes me wonder more about story, plot, characters and the message behind a book.What disappointed me in "The Bonfire of Berlin" has very much to do with both: style used by Helga Schneider and her attempt to write a self-biographical book based on her childhood experiences. Chapter One: style.I didn't understand why Schneider switches from present to a literary past tense (at least in the Italian edition) from chapter to chapter and even inside the same chapter without a logic. I mean it's not about flashbacks or reminiscences of the young Helga, it's just random. Moreover, my impression is that the whole book has been written in one week or something, without caring that much of a re-reading process. I reckon how this aspect may be a quality, looking like a spontaneous need of narrating a story long time kept by the author, but I didn't appreciated it as maybe someone else did. Schneider language is very direct but oozes too much with victimism: basically young Helga is the only good and honest person around the collapsing Berlin, while everyone else is, depending on circumstances, selfish, arrogant, spoilt (her little brother, portrayed as a blond little creep) or double-dealing. I found this vision a little bit disturbing. Chapter Two: autobiographyOne may wonder how is possible that 50 years later, Schneider is able to recall what she felt as a seven years old girl, reconstructing whole dialogues and situations with such accuracy. She never mentions about having a diary while living that awful experience and even if she tries to explain this precision with frequent references towards the end of the book to the importance of "looking around for remembering it all" I have some doubts about it. But I guess how this "power of memory" is a common problem while talking about autobiographic novels. Given this, there are still many good reasons for reading this book, especially if you're interested in a different account of the final days of Germany in World War II seen (and felt) from the side of the defenceless population. But "The Bonfire of Berlin" is still very far from perfection.

  • Federica
    2018-11-21 22:55

    Meraviglioso, intenso, significativo.

  • Chiara Libriamoci
    2018-12-13 07:04

    Bellissimo e drammatico diario di esperienza diretta di una bambina nata in Austria e trovatasi a Berlino durante gli anni della seconda guerra mondiale.Intensa testimonianza degli ultimi mesi di guerra, del terrore nelle cantine, la scarsità di viveri, il pericolo costante dei bombardamenti, l’isteria collettiva, i russi e la precarietà delle condizioni umane.Un punto di vista inusuale, quello dei civili tedeschi, che assume sfumature diverse attraverso l’esperienza di una bambina sola e costretta, nella tragica situazione conflittuale, a convivere con la mancanza dei genitori, padre al fronte e madre che ha abbandonato lei e il fratellino per servire il Reich, una matrigna che sembra vederla solo come un ostacolo e un fratellino egoista e geloso.Un libro che è una testimonianza cruda, all’inizio a tratti ironica, lucida trasposizione di quella visuale che, per molto tempo è stata ignorata.Una storia e un racconto che non pesano, non si sente lo scorrere delle pagine, che scivola veloce ma che mantiene un’intensità calustrofobica!Bellissimo! Ho già comprato il secondo dell’autrice che racconta il tentativo di riavvicinamento con la mamma.

  • Emma
    2018-12-02 22:45

    I want to say that I loved this book but it was so tragic that using those words feels wrong. I know little about the soviet take over of Berlin and WW2 from the German civilians point of view so this was an eye opener. It really made me think.It was even more fascinating that it was from the eyes of a girl. I cannot imagine what it was like growing up in these circumstances and the horror that they lived through each day.

  • TwinFitzgeraldKirkland
    2018-11-18 00:02

    Un punto di vista un po' diverso da quello che ci si aspetterebbe in questo periodo in cui le biblioteche e le librerie mettono in bella mostra sugli scaffali qualsiasi cosa ricolleghi alla Giornata della Memoria. Quello, nello specifico, di una tedesca purosangue, di quelle che avrebbe dovuto seguire Hitler fino alla morte, che vive sulla propria pelle un'esperienza orribile: il bombardamento di Berlino da parte delle armate alleate del 1945. Bel tentativo di vedere qualcosa di diverso, il punto di vista dell'altro. Un altro che tende spesso ad essere dimenticato. Perché, lungi dal fare una classifica della sofferenza o uscirmene con l'idea che se la sono anche un po' andata a cercare per aver permesso a un mostro come Hitler di fare il bello e il cattivo tempo (come a dire che io per esempio mi sono cercata 20 anni di Berlusconi anche se non l'ho mai votato in vita mia e non mi rappresenta in nessun modo e che per questo merito di essere presa per il culo da tutto il mondo), penso che ogni individuo che si ritrovi in una situazione tanto drammatica meriti tutta la pietà umana possibile. Tedesco, ebreo o vattelappesca. Peccato che la resa sia ai limiti dell'immondo.Al di là della pochezza della trama, in cui se si vuole leggere solo una pagina su 10 non ci si perde nulla perché è tutto un parlare di evacuazioni intestinali (emozioni zero. Come a dire che il vero tedesco è stoico anche mentre usa Goethe come carta igienica e aspetta tremante in una cantina buia e puzzolente che arrivino i russi a stuprare le loro donne. Mi viene da paragonarlo a una Anne Frank che in una situazione analoga sognava di dare almeno un bacio a un ragazzo prima di morire e mi viene il latte alle ginocchia). L'autrice ricorda e scrive esperienze vissute da bambina molti anni dopo, quando è già adulta e ha una famiglia (ma non aveva detto che dopo l'esperienza avuta con i soldati russi non si sarebbe mai fidata di uomini che non fossero parenti?) e l'impressione è di una freddezza immane. Può forse creare una certa empatia solo perché le tematiche sono forti di loro, altrimenti sarebbe né più che meno come leggere la lista della spesa.L'impressione generale poi è che la protagonista voglia ispirare simpatia in chi legge rendendo assolutamente insopportabili tutti i personaggi che le stanno intorno, ed erigendo se stessa a cherubino del focolare, che non odia nessuno ma altro non fa che incamerare e soffrire perché, povera stella, nessuno la ama. Non la matrigna che la prende in antipatia giusto perchè "due figli per lei sono troppi" e le preferisce un fratellino che è di un'insopportabilità senza pari: ma è proprio Helgala prima a difendere lui e la sua spocchia ad ogni piè sospinto, e quando è arrogante e prepotente quasi lo preferisce perchè lo vede "normale" (Mi sorprende che nessuno in quella cantina in cui si strepitava persino contro un povero neonato spaventato dalle bombe che di sicuro non aveva il controllo della propria paura abbia pensato di buttarlo fuori durante qualche bombardamento, per vedere se avrebbe imparato a tenere chiuso quel forno). Non il padre, che si distacca per non meglio precisate ragioni dai figli al suo ritorno dalla guerra in Russia mentre è tutto zucchero e miele con la giovane moglie fighina, e di certo non la madre che rincontrerà dopo anni e da cui si allontanerà immediatamente perché l'anziana donna si rivelerà una nazista dura e pura, che sotto Hitler ha raggiunto il suo punto più alto e a cui ripensa ancora con nostalgia. A volerle bene solo Opa, il padre della sua matrigna, questa figura filosofica e incoraggiante e amorevole da cui si separerà con qualche lacrimuccia a fine libro, quando nel raggiungere l'Austria per seguire il padre quasi tutti i pensieri di Helga saranno rivolti alla nonna paterna. Dettagli che sia stato Opa a tenerla vicina nei momenti più desolati della sua vita, in quella cantina. Sotto le bombe. Mentre si aspettava solo di morire.E' un libro che mi dà anche l'impressione di essere vigliacco e sotto le righe: la tematica del punto di vista di un tedesco poteva essere buona, ma Helga sembra lasciarsi scivolare addosso tutti gli eventi senza mettere in tavola neppure una mezza idea personale. Un pensiero, un vago parere. Ha scritto il libro molti anni dopo, avrà riflettuto su quanto successo, si sarà fatta un'idea. Avrà analizzato quanto accaduto alla luce del dopo. No, niente. L'Helga adulta fa una dicotomia molto semplice e scorreggiona: da un lato mette i personaggi stronzi che sono simpatizzanti del nazismo, dall'altro quelli buoni che sono o taciti denigratori o aperti oppositori. Lei è nel mezzo con aria inutile. Non sa, non capisce. Meglio andare un'altra volta al secchio in fondo al corridoio per scaghicchiare un altro po'. Di quello che pensi realmente lei di tutta la faccenda non ci è dato modo di sapere; nemmeno un vago e ingenuo ma comprensibile "ero piccola e avevo fame, Hitler mi ha dato da mangiare delle salsicce e per un momento, un solo momento, ho pensato che non fosse tanto male". Non osa per non inimicarsi le simpatie di nessuno, perchè lei deve essere la buona e incompresa ad ogni costo. Pena la morte.Messa così, il libro è solo un elenco di cose che sono accadute, e che riguardano in gran parte la cacca. Una vera occasione sprecata.

  • Luisa
    2018-11-19 04:05

    Per favore, leggetelo. È amaramente stupendo.

  • Meels
    2018-12-14 01:55

    All through this book I wanted to say, "WHINER!"Don't get me wrong, people endured terrible suffering I'll never understand or be able to relate to during WWII. And, when reading what she actually went through it seemed even worse than Anne Frank (up until the time she and her family were discovered and taken to the concentration camp, of course). At least Anne was with her family that loved her, and there seemed to be a bit more food as I recall, water was not such an issue. Just the basics. What I think it has to be is the way in which Schneider tells her story. Sometimes it feels like simply a listing of every miserable thing she can remember.An example of what I am talking about, from her post war chapters at the end:"Peter was enrolled in the first year, and he gave himself such airs about it that it damaged my health for a week."Come on, really? Admittedly, her little brother sounded like a total brat and I'm sure he was a pain. But, damaged her health? Whatever.She seems to just take it that step too far. In her listing of the sufferings of those left in Berlin at the end of the war she carries on until she adds that one or two things that are just plain silly in comparison.She does, once, note that their situation was nothing compared to the Jews in the concentration camps, but it felt a bit like an after thought...like she was supposed to say something like that, so she did.Then, there was the feeling I got regarding her family's ties to the Nazis, and her own opinions in regard to the Fuhrer. You know, the whole, "Me thinks she doth protest too much"? She MET the man, she tells about meeting him, about her brother's worship of him and her serious dislike of him. I don't mean she was in a crowd of thousand of people so brain washed by his speeches to be giving the Hitler salute in unison. I mean she met the man, shook his hand and received a bar of marzipan. The range of emotion from her brother's to hers were set at such extremes that it served only to further paint her brother as the bad guy and distanced herself as much as possible from the Third Reich.The underlying war with her stepmother may just have been exactly as she portrays it, however, I have to wonder what the other side would say? Did she really never love Helga? Was she unable to? Did it have anything to do with Helga herself? There are people who you would love, if they would let you. But, they are never willing to let you in, finding fault with you wherever they can. With those people, one might be inclined to have a little less patience. Just a thought.I have to wonder if her brother has read this book, and how he feels about it?All in all, her writing style just didn't suit me. I came away feeling more irritated by it, suspicious of her exaggerated attempt to distance herself from anything controversial, to vilify everyone around her apart from Opa. Literally, everyone in her family, other than Opa.

  • Teresa
    2018-11-22 04:55

    I think this is the first book I've read about World War II which is told from the perspective of a German Christian and this is the first time I have read anything about the devastation of Berlin and the Russian invasion. Helga Schneider recalls her childhood in Germany from 1941 to 1947, warts and all - her mother abandons her and her younger brother to devote herself to the Nazi cause, becoming a guard at Auschwitz. Helga's father remarries and when he is away at the front, the stepmother shows her true archetypal evil nature and Helga is sent off to a variety of institutions whilst her brother Peter is mollycoddled and brought up to be a "proper" German complete with adoration of the Fuhrer.At times this autobiography is in danger of straying into misery-memoir territory but it is saved by keenly observed accounts of time spent in the cramped, fetid air raid shelters, of the ordinary Berliners' frustrations with the Nazis' actions, of their intense terror of the SS and how good folk did nothing in striving for self-preservation. At one stage Helga meets Hitler face to face in his bunker and the tension is palpable. Likewise the arrival of Russian troops propagates terror amongst the population as the rumour mill goes overboard with tales of brutality.This is a short, accessible read, just over 200 pages - not the best written admittedly but it has given me an insight into the plight of ordinary Berliners during and after the war. I gather that the author attempted reconciliation with her mother in the 1970s but the happy ending was not to be - there is another book Let Me Go which details her mother's story and her lack of remorse for her SS activities.

  • Carla
    2018-12-07 22:38

    Helga Schneider es la misma autora de "Déjame ir, Madre"; solo que en aquella relataba su encuentro con su madre nazi, y en "No hay cielo sobre Berlín" cuenta sus comienzos, el abandono de su madre, su madrastra Ursula y sus intentos de alejarla de su vida familiar, la segunda guerra mundial, la crisis de ser un civil en la Alemania Nazi, las muertes los seres queridos, el fin de la guerra, los estúpidos rusos borrachos, el encuentro con su padre, pero el alejamiento de su Opa para dirigirse a otro país.Aquí la conocemos un poco más y le tenemos lástima por haber tenido una desagradable madrastra, un padre que quedo afectado por el frente, un hermanito insoportable, en fin, una trágica infancia; pero tuvo unos buenos abuelos.También conocemos más de Hitler y sus alemanes, aunque no profundiza de lleno, solo aparece y luego sabemos que más tarde que se ha suicidado.La prosa de Helga es ligera, amena, y rápida."Frente a la puerta de la vivienda de Hilde, Opa dejó la maleta y preguntó:—¿Qué hacías allí abajo? ¿Habías olvidado algo?—Sólo miraba —contesté—, miraba para no olvidar nada.Él me acarició el pelo y susurró:—Eres una niña especial. —Y metió la llave en la cerradura".Citas: https://hechaensilencio.blogspot.com....

  • Chiara Tinelli
    2018-11-25 23:50

    Helga è una bambina quando la sua città, Berlino, diventa teatro della Seconda Guerra Mondiale. Sua madre, fervente discepola di Hitler, abbandona lei e il fratello minore per arruolarsi in difesa della causa nazista.Il rogo di Berlino è un'autobiografia scioccante, il ritratto della guerra visto con gli occhi di una bambina che, per giunta, è stata rifiutata dalla propria madre e mai veramente accettata dalla matrigna.L'autrice ricorda in prima persona gli anni terribili che vanno dal 1941 al 1947: non soltanto il conflitto bellico, ma anche la difficile ricostruzione e il recupero di una vita normale.In questo libro c'è tanto dolore e c'è la paura, quella vera, palpabile durante i raid aerei, la disperata ricerca di acqua e di cibo e l'attesa angosciosa dei russi, ma soprattutto c'è lo stupore di una bambina che, neppure da adulta, riesce a comprendere l'assurdità della crudeltà umana.Una testimonianza ricca di spunti per riflettere, e per comprendere la vergogna del popolo tedesco, mai veramente guarito da quella follia senza senso.La mia recensione completa su http://librisucculenti.blogspot.it/20...

  • Meaghan
    2018-11-17 04:52

    Make no mistake: this is NOT a children's book. It may have a child on the cover, it may be narrated by a child, but this is the kind of book that will give your children nightmares. I've read many bad things in my time but I was still horrified by the suffering in Helga Schneider's environment, not so much in the first part of the book as in the last, when she and her entire apartment building waited out the conquest of Berlin. Starvation, death, suicides and rapes abounded, and the only character who was really "there" for Helga was her step-grandfather, himself very sick from old age and the privations they went through.This is a beautifully written memoir, and powerful. Too powerful, perhaps, for many people's stomachs.Fun fact: due to her step-aunt's connections, the author actually met Hitler and stayed for a time in his bunker during the final days of the war. She recalls him as a scrawny, sickly-looking man.

  • Monica
    2018-11-27 01:39

    La storia biografica dell'infanzia dell'autrice, dall'abbandono della madre naturale all'arrivo di una giovane matrigna che non l'accetta, che rende la vita infernale e la rinchiude in un istituto di correzione per bambini problematici. La storia della Germania nazista durante la seconda Guerra mondiale, il terrore dei bombardamenti, l'orrore quotidiano ed i morti rimasti insepolti a marcire al pallido sole malato oscurato dalla polvere dei palazzi distrutti.La fame, le malattie, l'arrivo dei russi e gli orrori perpetrati dagli invasori sovietici. Il tutto sotto gli occhi di una bambina, che si trova suo malgrado a vivere l'orrore della Guerra. Un'ottima biografia, molto ben dettagliata, ma soprattutto la storia di un paese destinato inevitabilmente alla rovina.

  • Paleomichi
    2018-12-14 03:56

    Non sapevo bene cosa aspettarmi, la quarta di copertina non è molto informativa. Si tratta del racconto della seconda guerra mondiale a Berlino ad opera di una donna che la visse da bambina. Nonostante il tema sia difficile, l'autrice riesce a trattarlo con relativa "leggerezza". Le vicende non suscitano tanto orrore quanto compassione e compartecipazione. Non scade mai nel sanguinolento becero, né nel sentimentalismo o nel buonismo. Quindi ciò che rimane dopo la lettura di questo libro non è una sensazione di disgusto o orrore, ma più che altro una consapevolezza nuova di cosa possa significare vivere in guerra (consapevolezza parziale, naturalmente, ma molto preziosa).

  • N3er4
    2018-11-26 01:38

    L'ho letto e mi spiace solo di una cosa: che a scuola nessuno mi abbia parlato di questo libro insieme ai "classici" di Primo Levi e Anne Frank. Credo sia davvero importante leggerlo per avere una visione d'insieme sulla seconda guerra mondiale, per rendersi conto che da qualunque punto si guardi e si viva la guerra questa fa sempre e solo schifo.Per quanto riguarda lo stile dell'autrice è molto asciutto e le parole usate, seppur semplici, sono dure e rendono benissimo la tragicità della storia. Tra l'altro, nella mia ignoranza, pensavo fosse una bella traduzione, invece ho scoperto che lei scrive proprio in italiano. :)Da leggere!

  • Nova
    2018-11-21 02:46

    Helga and her family are abandoned by her mother who goes off to join the SS during the second world war. Her father remarries (so someone can look after Helga and younger brother Peter) and then has to join the army and fight. Helga's stepmother hates her and treats her unfairly. This book is an account of her childhood as as the situation in Berlin deteriorates, Helga and her family have to fight fear, hunger illness and lack of sleep as they crowd into air raid shelters whilst Berlin is bombed around them.

  • Maria Beltrami
    2018-11-20 00:03

    Tremendo. L'oppressione della guerra, di una città votata alla distruzione, un'infanzia negata a causa di una tremenda ideologia di morte, la perdita degli affetti, l'eugenetica come forma di controllo psicologico della popolazione, una devastazione morale tale per cui un istituto correzionale diventa un piccolo paradiso di normalità, questo costituisce la trama che soggiace alle parole della Schneider, della bambina che cerca di sopravvivere a tutto questo. E il lettore sa ce niente in questo libro è inventato, perché non è un romanzo, ma una autobiografia.

  • Morwen
    2018-12-06 03:49

    La piccola Helga, in seguito all'abbandono della madre e al nuovo matrimonio del padre, si trova a vivere in una Berlino in rapido disfacimento nel 1945. I suoi problemi di bambina (il rapporto con la matrigna, il fratellino, il nonno acquisito) si mescolano con quelli dei rifugiati di una delle tante cantine in cui ci si rifugiava prima per sfuggire ai colpi dei nemici e poi alla furia dei vincitori. Una prospettiva diversa sulla sofferenza di quegli anni, lasciando intravedere solo in lontananza il dramma dell'Olocausto.

  • Margherita Dolcevita
    2018-12-12 04:08

    Bellissimo, prezioso e genuino al tempo stesso, alcune pagine sono un vero e proprio pugno nello stomaco. Ho apprezzato il fatto che fosse vero e doloroso ma anche asciutto, senza facili lacrime o pietismi, angosciante, emozionante, straziante, il nazismo e l'assedio di Berlino visti con gli occhi di una bambina, una testimonianza insolita che fa comprendere come in quella guerra non sia stato risparmiato proprio nessuno.

  • Julie
    2018-12-15 04:07

    I'm not one to usually read wartime stories, rather choosing to shield myself; however, the aspect of child's viewpoint gives it an effect of feeling safer somehow. I loved "Let Me Go," and while I prefer that book for its look at the maternal bond, I also found this book intriguing. It's a story of childhood when nearly all is lost. It makes the problems of our lives seem minuscule and makes us appreciative simply to have food for our children.

  • Judy
    2018-12-04 03:46

    This book was written about a young girl who grew up during the war. It gives a first hand account about the destruction of Berlin, the trapped civilians, feverish german soldiers and the russians. Mostly, it describes the devastation of human dignity and confused family ties that war brings with it. Clearly this trauma stayed with the writer and other family member for the rest of their lives. The author's voice can be heard still jealous for love, trembling and angry, underneath the story.

  • GONZA
    2018-11-29 06:44

    Una storia triste raccontata con cinico distacco, tanto che a volte ho pensato stesse seriamente esagerando. Comunque gli ultimi anni di Berlino a cavallo tra la fine della seconda guerra mondiale e l'invasione dei "liberatori" russi, visti con gli occhi di una bambina che alla fine arriva ad avere quasi 11 anni ed aver conosciuto Hitler.

  • Susanna
    2018-11-22 03:56

    Red rain is coming downRed rain is pouring downPouring down all over meLeggere questo libro è stato come se la mia anima fosse giunta a toccare il fondo scoprendo poi cheesiste un fondo più fondo.Libro bellissimo ma che fa male, anche dopo tanti anni ti fa male, ma giusto che queste cose si sappiano. Ottimo libro

  • EmmaJean
    2018-11-21 23:07

    I am suspicious about the author's ability to remember her childhood in such vivid detail so i presume she used a bit of 'artistic license' there, but the actual events she describes are really gripping and they really give you a sense of what it was like to be in Berlin at the end of the war. Overall, I would recommend it, and even if you don't like it, it will give you something to discuss.